martedì 25 settembre 2012

Piedi piatti e (inutili) plantari

Informazioni dal sito del dr Lodispoto

Tutti i bambini nascono con il piede piatto

 
E' la norma: quasi tutti evolvono spontaneamente verso lo sviluppo di un piede normale con gli archi plantari ben rappresentati entro i 7-10 anni. 

Altri invece conservano il piede piatto anche da grandi. 






Non è il caso di allarmarsi: i plantari sono realmente necessari in pochissimi casi. Quei pochi tuttavia anche con l'uso del plantare non potranno sperare in una correzione definitiva. L'esatto contrario delle convinzioni correnti di mamme e specialisti fino a poco tempo fa. 

Per la correzione definitiva del piede piatto occorre l'intervento chirurgico

Riservata a pochissimi casi la chirurgia tradizionale, molto cruenta ed invasiva che prevede la soppressione di alcune articolazioni del piede e la trasposizione di grossi tendini. 

Oggi si corregge il piede piatto in modo mininvasivo. Per via percutanea si introduce nel piede una vite che impedisce la rotazione verso l'interno dela caviglia oltre il limite fisiologico. 

Tanto basta a mantenere l'arco plantare e a correggere il piede piatto in modo definitivo. Non solo: la vite è stata realizzata anche in materiale riassorbibile come l'acido polilattico, che non necessita di un secondo intervento per la rimozione. I risultati eccellenti di queste metodiche mininvasive sono ormai confortate da follow up di altre dieci anni e da continui confronti con altre metodiche. Una opportunità chirurgica che tuttavia non è per tutti. I criteri di selezione per ottenere risultati eccellenti sono molto rigidi ed è necessaria una accurata valutazione biomeccanica e radiologica accurata.

Plantari
I plantari sono come gli occhiali: correggono finchè vengono indossati, ma appena tolti il difetto si manifesta nuovamente. 




Questo il risultato di alcuni recenti studi statistici: il plantare non modifica lo sviluppo dell'arco plantare. Il piede piatto, se tale, resta piatto anche dopo anni di diligente correzione con il sostegno di una ortesi plantare.

 Giudizio negativo anche per le calzature correttive, alte e rigide

"Contrariamente a quanto di credeva in passato, epoca in cui le calzature correttive erano piuttosto rigide, oggi gli specialisti sanno bene che la scarpa svolge un’azione di tipo prevalentemente contenitivo e non può “modellare” le ossa. Sono infatti i muscoli i veri modulatori della forma del nostro scheletro. Di conseguenza, la calzatura ortopedica non deve comportare costrizione, ma favorire il recupero e il potenziamento di un corretto gioco muscolare. La scarpa deve quindi essere prima di tutto morbida e flessibile, non deve rappresentare per il piede una sorta di “prigione” che ne impedisce le esperienze necessarie per crescere e nella quale i muscoli dell’arto inferiore lavorano poco e niente. I muscoli debbono poter esercitare la loro funzione per rendere il piede valido e forte."



 
nel tempo è sempre la scarpa a modellarsi sulla forma del piede e mai il contrario. C'è di più: è proprio l'uso precoce delle scarpe a ritardare lo sviluppo del piede e a favorire dismorfismi: due studi hanno messo a confronto la popolazione di bambini occidentali con quella di bambini di zone rurali indiane ed africane. Risultato: i bambini che camminano scalzi sviluppano piedi più sani di quelli che utilizzano fin dai primi passi scarpine e plantarini.

 E' un fatto di percezioni: il piede non è solo uno strumento di propulsione per il passo, è anche un organo di senso. La sua capacità di discriminare le sensazioni tattili sono seconde solo alla mano e alla lingua. Ad ogni passo il piede appoggia al suolo tutta la pianta e per un breve momento si rilascia per meglio adereire e raccogliere le informazioni tattili dal terreno.
Poi in base alle precezioni reccolte, durezza e asperità del suolo, si irrigidisce e si trasforma in una leva che spinge e fa avanzare il passo. 

Questo importante lavoro di elaborazione di informazioni e di lavoro dei muscoli del piede viene quasi annullato dalla suola delle scarpe

Lasciare i bambini scalzi almeno d'estate su superfici incoerenti e informative come sabbia e terra favoriscono invece la maturazione del piede e quindi un più sano sviluppo 



La prevenzione incomincia presto: 

  • allontanando zie e nonne che si adoperano amorevolmente per far compiere i primi passi al loro nipotino. 

  • Anche eliminare o limitare l'uso del girello e

    ritardare quello delle calzature 

 C'è una spiegazione che giustifica questi consigli. Durante i primi mesi di vita i tessuti molli del piede ( tendini, legamenti e capsule articolari ) sono particolarmente elastici e cedevoli, tanto che sotto il peso del bambino il piede si appiattisce e prende contatto a terra con tutta la pianta. Nessun problema, si tratta del piede lasso infantile che spontaneamente prenderà la sua forma e resistenza definitiva con il passare del tempo e senza nessuna terapia. Questa favorevole evoluzione può essere compromessa se, il bambino viene incoraggiato troppo precocemente alla stazione eretta e deambula a tappe forzate con l'aiuto di sostegni e girello. Le strutture di sostegno del piede ancora immature ne risentono e l'estremità, se predisposta, può sviluppare un piattismo.
Non solo: deambulazione precoce implica anche un periodo di carponamento abbreviato. Si tratta di una fase fondamentale per lo sviluppo della coordinazione e per la formazione di particolari connessioni nervose tra un emisfero e l'altro. Di quì le difficoltà nello sport e nel passaggio di abilità manuali aquisite con un arto, all'altro arto, negli adolescenti e negli adulti che non hanno carponato a sufficienza. C'è di più: il piede non è solo un mezzo di locomozione, è anche un organo di senso. Una doppia natura che va assecondata il più possibile almeno nei primi anni di vita: ritardando l'uso delle scarpe e incoraggiandolo a camminare a piedi scalzi quando la stagione e l'ambiente lo consentono. 

In questo modo informazioni sensitive ed esperienze motorie verranno acquisite dalla pianta del piede, ricca di terminazioni nervose e archiviate nel cervello. Un inconsapevole bagaglio di conoscenze che sembra importante per mettere a punto il tono dei muscoli del piede e prevenire il piede piatto e cavo e alcune deformità delle dita.


Così, il più delle volte, è il tempo a correggere il piede piatto: 

il grado di valgismo del piede, che esprime la gravità del piede piatto, si riduce spontaneamente con lo sviluppo e la maturazione ossea. Bambini che hanno il piede piatto a tre anni di età, possono mostrare un piede perfetto a sette, otto anni di età senza che sia stato utilizzato alcun presidio correttivo. Non solo: anche se il piede resta piatto negli adolescenti e nei giovani adulti il più delle volte non c'è motivo di allarmarsi. 

Si deve infatti distinguere se il piede piatto osservato da fermo si trasforma in un piede normale durante il passo. Il più delle volte infatti il piede durante la deambulazione e la corsa grazie all'intervento dei potenti tendini che lo controllano riacquista le normali curvature. Questi piedi benché piatti non necessitano di nessuna correzione.  

Solo il 3-4 % dei piedi piatti mantiene la deformità anche durante il passo. Questi piedi specie se doloranti richiedono invece la correzione con plantari o con l'intervento chirurgico.

L'intervento
Chirurgia mininvasiva e materiali riassorbibili anche per la chirurgia del piede piatto. Con la artrorisi.

Una tecnica tutta italiana, messa a punto nel 90' dal professor S. Giannini direttore della clinica ortopedica dell'università di Bologna. Oggi questo intervento dopo tredici anni di continue messe a punto e controlli a distanza dei risultati viene effettuato da numerosi specialisti con risultati eccellenti.

  Una incisione di un centimetro effettuato sotto il malleolo esterno del piede permette al chirurgo di introdurre una vite di calibro adeguata tra due ossa del piede: l'astragalo e il calcagno. 
 Sono questi due elementi che si articolano tra di loro a determinare il piede piatto quando si angolano eccessivamente. 



La vite ha la funzione di arrestare lo scivolamento tra le due ossa oltre un certo angolo. Tanto basta a correggere in maniera definitiva il piede piatto. Terminato l'intervento basta un punto di sutura sulla pelle a chiusura della piccola ferita. Il paziente con uno stivaletto gessato può riprendere a camminare subito e caricare sull'arto appena operato. Dopo due settimane il gesso viene rimosso e un breve ciclo di fisioterapia riabilita piede e caviglia. A due mesi dall'intervento il piccolo paziente può tornare a correre e a praticare l'attività sportiva desiderata. La vite non deve essere rimossa: realizzata in acido polilattico dopo tre quattro anni, esaurita la sua funzione si scioglie e viene completamente riassorbita dai tessuti.

I risultati statistici sono eccellenti nel 96-97% dei casi e non sono state in pratica osservate reazioni avverse al prodotto o mobilizzazioni dell'impianto che hanno richiesto la rimozione. Ben altra cosa la chirurgia tradizionale: la correzione dell'arco plantare viene ottenuta sopprimendo alcune articolazioni del piede che viene irrigidito fondendo tra loro certe ossa del piede.
Risultato: piede sì corretto, ma al prezzo del sacrificio della naturale anatomia ed elasticità del piede e con un decorso post operatorio più lungo e difficile.
La artrorisi con vite riassorbibile è indicata nei bambini in fase di sviluppo tra gli 8 e i 12 anni, ma anche i giovani adulti possono essere sottoposti a questo intervento. 

Per tutti però valgono dei criteri di esclusione: piedi piatti non sintomatici o piatti che si correggono spontaneamente durante la fase di leva e spinta del passo non necessitano di nessuna correzione.

1 commento:

  1. Molto interessante, sono una ragazza di 25 anni con il piede piatto ed è da 8 che porto il plantare con scarsi risultati...piatti sono e piatti rimarranno ( piattismo di terzo grado)

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